Come tutti sappiamo l’Europa come continente autonomo è stato in questi anni bersaglio delle teorie anglofone che vogliono un Europa si forte, ma non troppo indipendente dagli USA e dall’Inghilterra per cui tutte le notizie che escono in questo giorni sui rischi di un collasso della stessa comunità devono fare la tara con il desiderio usacentrico di indebolirne il tessuto stesso.
C’è però l’evidenza storica che gli accordi monetari europei ed extraeuropei sviluppati tra stati independenti hanno avuto nel passato più o meno recente una sola ed unica conclusione e cioè il suo fallimento.
All’interno di questi due scenari bisogna quindi analizzare e contestualizzare la crisi europea e capire perchè in questa fase di crisi il cui epicentro era comunque abbastanza lontano da noi i fenomeni più acuti di ritorno si manifestino proprio sugli stati cosidetti periferici.
Certamente come tutti sappiamo l’epicentro della crisi è stato in realtà l’eccessivo leverage delle banche di investimento e commerciali mondiali che veniva messo in atto incuranti dei rischi che prodotti costruiti su asset sempre più incerti potevano portare con se ed il fenomeno subprime è stato il detonatore di questa crisi.
Ora in questa prima fase della crisi i paesi maggiormente colpiti dalla crisi e dal rischio liquidità sono stati i più forti finanziariamente ed anche nell’area euro i paesi con le banche maggiormente in difficoltà erano quelle del nord-europa e l’evidenza è stata data dal fatto che gli interventi si sono sprecati sulle banche tedesche, olandesi, belghe per non parlare delle irlandesi e inglesi mentre per le banche mediterranee i problemi son stati molto più limitati e legati principalmente alle esposizioni verso altri paesi.
Per cui i problemi legati alla crisi dei titoli finanziari sono stati risolti brillantamente anche perchè hanno interessato i paesi europei con le posizioni fiscali migliori ed il debito minore. (tranne il Belgio per cui però sono intervenuti Olanda e Francia per gli asset di loro interesse).
Ma li si è esaurita la brillantezza (o fortuna) dell’area europea in quanto senza ascoltare nessuno dei vari storici dell’economia come Rogoff oppure Ferguson i quali avvertivano che le crisi finanziarie sono quasi sempre seguite da una crisi economica e quindi da un aumento del rischio di default governativi soprattutto nei paesi che impossbilitati a svalutare si trovavano a perdere di competitività senza avere la possibilità concreta di migliorare la produttività pro capite se non tagliando la forza lavoro.
Ed i dati espressi dalla Grecia in questo anno e mezzo di crisi lo confermano.
Certo la Grecia non è immune da colpe, mentre la situazione degli incassi peggiorava lo stato greco ha continuato ad aumentare le spese e questo mentre il peso dell’economia sommersa risulra ancora uno dei pià alti d’europa causando ulteriori difficoltà in una fase di crisi economica in cui il ricorso al lavoro nero è ancora maggiormente incentivato.
Ma certamente la mancanza di una visione economica e politica comune è la causa della momentanea crisi dell’europa che però nei prossimi anni in caso di ulteriori momenti di difficoltà economiche globali si troverò ad impegni più probanti e sicuramente più difficili che potrebbero mettere in discussione l’attuale assetto dell’europa.
Ci si augura quindi che questa crisi sia propedeutica a sviluppare organismi che portino senza stravolgere le identità nazionali ad una riduzione dei forti squilibri economici e sociali che caratterizzano la comunità europea allo stato attuale.
Ieri 15:33Smentendo quanto espresso oggi da alcune indiscrezioni di stampa, il presidente e amministratore delegato del gruppo Finmeccanica, Giuseppe Orsi, ha
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