Quest’ultima settimana ha visto una divergenza volumetrica tra l’indice principale (S&P500) e il suo ETF di riferimento (Spider SPY) segno che molto probabilmente gli attori che tendono ad acquistare le azioni sono più ottimisti sui mercati rispetto a chi opera direttamente sul sottostante. In questo contesto comunque l’indice ha ceduto la trendline ascendente di breve ed ha negativizzato il comportamento complessivo dei mercati USA in un contesto complessivo che mostra diversi schricchiolii ma non ancora un cedimento serio dei mercati.
Troppo ottimismo dei fund manager e dei consulenti?
Mentre nella fase negativa di febbraio marzo la crescita volumetrica è avvenuta sia all’interno dell’indice principale sia sul suo ETF in queste ultime sedute la debolezza è stata accompagnata da una crescita volumetrica dello SPY rispetto al periodo precedente ma non dell’indice principale che anzi ha avuto un calo strutturale.
Considerando che sia la posizione del NAAIM, cioè dei fund manager, è di nuovo su livelli molto elevati come mostra il grafico del loro ultimo sondaggio, sia che la posizione degli Investor Advisor misurato dall’Intelligence Investor mostra letture molto basse dei ribassisti, talmente basse che la differenza tra rialzisti e ribassisti è poco sotto i massimi di ottobre 2007, segno che c’è poca cassa parcheggiata sulla liquidità dei fondi e c’è il rischio che eventuali spinte ribassiste potrebbero non essere sostenute dagli acquisti sulla debolezza dei fund manager ed indebolire ulteriormente i mercati facendo di conseguenza aumentare i volumi.
Per comprendere al meglio la situazione attuale dei mercati diamo un occhiata al comportamento intermarket da fine Agosto ad oggi, cioè da quando Bernanke ha annunciato il QE2 fino ad adesso.
L’analisi intermarket durante il QE2
Ho cercato di dividere il comportamento del mercato in tre fasi sebbene non siano proprio omogenee ma le dettaglierò meglio con l’osservazione del grafico corrispondente.
La prima fase dell’annuncio del QE2 ha portato ad un iniziale rialzo dei mercati azionari USA accompagnato comunque da una debolezza del dollaro con il rendimento dell’obbligazionario che dopo una iniziale forza ha mostrato una successiva fase di debolezza; questa fase è quella della relativa sorpresa (in realtà i vari Goldman &$ Co. l’avevano annunciata da diverse settimane) con la reazione positiva dei mercati e engativa del dollaro e con i bond a segnalare la considerazione di una pressione ribassista sui rendimenti data dai possibili massicci acquisti (si stimava un QE2 anche sopra il triliardo di dollari).
La seconda fase invece è caratterizzata da un breve consolidamento dei mercati azionari e poi da un recupero di forza in contemporanea con un recupero di forza relativa del dollaro e con un forte movimento rialzista a favore dei rendimenti obbligazionari, segnale di una capitolazione delle considerazioni relative al fallimento del QE2 e la possibilità di un recupero complessivo dei mercati senza danneggiare eccessivamente il dollaro ed i mercati USA.
La terza fase invece è caratterizzata dalla nuova debolezza del dollaro e dall’andamento oscillatorio dell’azionario e dell’obbligazionario abbastanza in sincorno escluse le ultime sedute prese tra l’incudine del rischio di stallo politico e dal martello derivante dalla crescita delle commodities molto più sostenuta dei mercati azionari. E’ questa fase di estrema incertezza che penalizza i mercati, forse superata dall’accordo in extremis sui tagli alla spesa in cambio di un ampliamento del limite massimo del debito, ma che ha segnato una settimana di dollaro molto debole, di commodities molto forti, di rendimenti obbligazionari in salita e di mercati titubanti.
Certo è che il rischio di rendimenti obbligazionari in crescita e mercati finanziari deboli è lo spauracchio attuale insieme alla sempre eccessiva forza delle commodities energetiche escluso il gas naturale.
Il costo dell’energia ha sempre frenato i mercati
C’è l’evidenza infatti che siamo a livelli del costo dell’energia che drenano troppe risorse in rapporto al prodotto interno lordo e sebbene non sempre i bear market secolari sono cominciati con i costi dell’energia troppo elevati è altrettanto vero che le politiche reflazionistiche messe in atto dalle banche centrali per contrastare le tensioni deflazionistiche hanno poi causato degli spike del prezzo che hanno portato ad un approfondimento dei bear market secolari come mostra questo interessante grafico.
La crescita del credito è indotta dagli interventi federali e governativi
In un contesto come questo la scorsa settimana è uscita la notizia che i privati sembrano tornati ad indebitarsi sebbene solo con il debito non revolving a livelli crescenti, per molti analisti il segno che i mercati stanno uscendo finalmente dalla fase del deleveraging. Purtroppo per gli ottimisti eccessivi occorrerebbe vedere le cose con maggiore obiettività. Sebbene in termini assoluti il valore del credito concesso è in crescita ed è ritornato sui livelli del 2008 se osserviamo i dati senza le correzioni stagionali quello che possiamo vedere è un dato parecchio diverso con un credito stagnante dove la maggior parte della crescita del credito viene da quello governativo e da quello concesso agli studenti da Sallie Mae grazie al contributo governativo sempre crescente, segno della necessità sempre maggiore degli studenti di fare fronte ai costi dell’istruzione indebitandosi. Se infatti al totale del credito togliamo questa voce quello che possiamo vedere è che il credito continua a decrescere segno che il deleveraging è ancora presente sebbene in rallentamento rispetto al passato.
Conclusioni
Sui mercati non c’è nessuna evidenza di crolli seppure in presenza di una situazione quantomeno incerta, l’andamento dei mercati finanziari però si avvicina ancora di più ad un punto di disequilibrio che potrebbe avere conseguenze nefaste sui mercati, sebbene l’ipotesi di una ulteriore spinta rialzista data dalla liquidità non è ancora tramontata visto comunque i buoni dati macro globali usciti in quest’ultima settimana e visto la prossima stagione delle trimestrali che potrebbe fare da supporto ma i rischi complessivi sono sempre più alti. Certamente risultati delle major USA potrebbero riattirare liquidità sul dollaro e consentirgli di limitare ulteriore debolezza però occorre prestare estrema attenzione in uno scenario dove per me ci si sta avvicinando ad una fase complessiva negativa ma che sui mercati non ha ancora dato segnali certi.
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5 Commenti
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Rudy
mercoledì, 13 aprile, 2011, ore 13:48:06
Ciao Gipa, oil expenditures to GDP nel 1982 è rientrato sotto il 5% in concomitanza con l’avvio di uno dei bull market più forti della storia. Non so quanto possano essere dipendenti le due cose però potrebbe esserci un legame tra di esse.
Con un mercato con un P/E di 7 e con le cover dei giornali economici che parlavano della fine del culto dell’equity l’oil in quel momento era l’ultimo elemento critico che ostacolava una crescita del mercato. Ora ce ne sono altri.
Ieri 15:33Smentendo quanto espresso oggi da alcune indiscrezioni di stampa, il presidente e amministratore delegato del gruppo Finmeccanica, Giuseppe Orsi, ha
5 Commenti
Ciao Gipa, oil expenditures to GDP nel 1982 è rientrato sotto il 5% in concomitanza con l’avvio di uno dei bull market più forti della storia. Non so quanto possano essere dipendenti le due cose però potrebbe esserci un legame tra di esse.
Con un mercato con un P/E di 7 e con le cover dei giornali economici che parlavano della fine del culto dell’equity l’oil in quel momento era l’ultimo elemento critico che ostacolava una crescita del mercato. Ora ce ne sono altri.
Complimenti per l’analisi! Veramente interessante!